mercoledì 3 marzo 2021
La mia Ostia
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Antonia Di Francesco

Antonia Di Francesco

Incontrare un volto storico del teatro ad Ostia è stata una vera emozione: Antonia Di Francesco rappresenta la cultura sul nostro territorio, identifica quella passione che fa raggiungere obiettivi irrealizzabili! La incontro nel suo teatro, Sala Massimo Troisi, in via Cardinal Ginnasi 12.

La prima domanda, quasi d’obbligo, è se sei nata ad Ostia?

Sono arrivata ad Ostia nel 1970, quando avevo 5 anni. Sono nata a Milano ma problemi di clima hanno indotto i miei genitori a spostarci. Soffrivo di una bronchite cronica ed quel clima non mi giovava. Il medico prescrisse di andare al mare, e mio papà, nato in un piccolo paesino della Calabria, voleva che i figli crescessero in un capoluogo di provincia. Scelse la Capitale, sia per gli studi che per un avviamento ad una futura carriera. Lui aveva trovato grosse difficoltà ed aveva dovuto fare l’emigrante.
Ostia fu il giusto compromesso: si trovava vicino Roma, a metà strada tra Milano, dove ancora stavano i parenti di mamma, pugliese ma trapiantata lì, e la Calabria dove ancora rimanevano i parenti di papà.
Ci trasferimmo in via Genoese Zerbi, in un monolocale. Eravamo in 4, perché nel frattempo era nata mia sorella che aveva appena 1 anno. Papà per due anni fece ancora il pendolare, poi ottenne il trasferimento a Roma.

Tanti i ricordi di Ostia quindi?

Mi ritengo a tutti gli effetti Ostiense, perché di Milano mi ricordo solo l’asilo. Feci i primi due anni di elementari in quella che oggi si chiama Via Mar dei Caraibi, che era un prefabbricato, la 3 e la 4 allo “Schwaiger” (Capo D’Armi), col problema dei turni, e finii alla Passeroni, dove frequentai anche le medie, dove ora ci sono i Servizi Sociali del Comune.
Con le superiori iniziarono i problemi con la “Calabria” di mio padre, la sua gelosia ma anche con la mia timidezza. Volevo fare il Liceo Artistico, mentre per mio padre l’ideale sarebbero state le Magistrali: in entrambi i casi significava andare a Roma e per mio papà era inconcepibile. Quindi frequentai Ragioneria al Toscanelli, perché era sotto casa e perché mio padre voleva che avessi un titolo subito operativo nel mondo del lavoro. Fu una sofferenza terrificante. Andavo benissimo nelle materie letterarie e gli insegnanti delle medie non mi indirizzarono in una scuola precisa, in quanto dicevano che “la ragazza riesce in tutto”. Allora non ero decisa e determinata, come sono diventata dopo.

Quali sono i luoghi o gli odori che ricordi di quel periodo?

Sicuramente l’odore del mare da bambina, quando andavamo a piedi fino al Mare Chiaro. Mamma spingeva il passeggino in cui c’era mia sorella ed io mi attaccavo dietro. Prendevamo la cabina e ricordo la famosa insalata di riso a pranzo quando stavamo lì tutto il giorno. Quando venivano i miei cugini, rimanevano scioccati di quella sabbia nera, non volevano toccarla con i piedi. Ci divertivamo a prendere il ferro con la calamita.

Come è iniziata la tua passione verso il teatro?

Ho avuto un’insegnante di italiano molto illuminata, che oltre alla materia trasmetteva l’amore per quello che insegnava. Questo è fondamentale, altrimenti sei solamente una persona che dice cose. Un ragazzo lo percepisce, non in modo razionale ma emotivo. Io andavo benissimo in quelle materie, ma il mio sangue calabrese mi permetteva di essere testarda e di andare bene anche in tutte le altre. Ero consapevole di vivere in una famiglia, che nel frattempo si era arricchita di un’altra sorella, in cui lavorava solo papà. Mantenermi agli studi era comunque per lui un grosso sacrificio.
La professoressa ci fece fare un abbonamento per il teatro Eliseo a Roma.
Io già organizzavo teatrini a casa, con le mie sorelle ed i cuginetti, soprattutto a Natale quando c’era la mega riunione tra i parenti. Per me era un gioco, e d’altronde il teatro è il gioco del come se, del fare finta.
I primi spettacoli in realtà li vidi al Sisto, quando era la compagnia del Teatro Manzoni a venire qui, e al Capannone della chiesa San Nicola, alle medie, dove rappresentarono “La Locandiera”, uno spettacolo che mi è rimasto sempre nel cuore
La prima volta però a teatro, quello vero, fu il colpo di grazia, la magia!
Rimasi affatata, ma non durante il primo spettacolo in cui non capimmo nulla. Era il “Girotondo” di Arthur Schnitzler, che poi ho affrontato anche come regista. In scena c’erano Gian Maria Volontè e Carla Gravina, con una lettura stranissima: ci sentimmo molto ignoranti, anche se avevo 16 anni.
Fu i “Masnadieri” con la regia di Gabriele Lavia che creò quella magia. Lavia aveva dei ritmi spettacolari: dopo averlo visto andai in Biblioteca e lessi il testo di Schiller. Con mia grande sorpresa vidi che non era uguale. Cominciai a capire che esisteva una rilettura, che l’autore del testo è una cosa e quello del teatro un’altra. Misi da parte dei soldi e andai a rivederlo, perché dovevo capire. Lì è nata la mia passione: la mia timidezza di colpo sparì, quando andai nei camerini con una incredibile faccia tosta.
Finiti gli studi di ragioneria, con 60/60, mio papà incorniciò il diploma, entusiasta; mi stampò i bigliettini da visita come ragioniera. Io invece volevo continuare questa passione ormai nata: papà pensava a giurisprudenza, io invece volevo fare teatro. Ci informammo, ma esisteva solo il Dams a Bologna.
Non avevo molte amicizie allora, ero diversa da ora e quindi non avevo avuto nessun aiuto nel trovare l’indirizzo giusto. Avevo due personalità: una in famiglia, eclettica, spiritosa, un po’ matta, mentre fuori possedevo una difesa che mi portava ad essere seria ed inavvicinabile, quasi superba, ma in realtà nascondevo una grande riservatezza.
Provai allora con l’Accademia di Arte Drammatica, di nascosto da papà, ma non mi presero. Quando lui lo venne sapere, mi disse “Allora non è per te”. Invece cercai una scuola privata, a Roma ovviamente, perché qui a Ostia non c’era nulla. Trovai la Scaletta, dove mi diplomai. I miei insegnanti furono Gianni Diotiaiuti e Antonio Pierfederici, un esempio per me, molto severo e attento alla disciplina. Un rigore per il teatro che oggi è difficile da trasmettere. Una disciplina quasi militaresca. Pensa a Macario che faceva le multe alle ballerine che prendevano un caffè nella pausa, non si usciva col costume di scena fuori dal teatro. Convenzioni non scritte, ma tramandate. E’ così e basta! Un rigore che fa parte di questo mondo…
Andai a lavorare per pagarmi la scuola. Mio zio aveva un negozio di casalinghi e detersivi e iniziai a fare la commessa da lui. Papà capì quindi di che pasta ero fatta, e ci si rispecchiò. Dopo un anno, mi disse che mi avrebbe pagato lui gli studi, ma avrei dovuto prendere l’Università. Frequentando la scuola di teatro, avevo scoperto che esisteva Lettere con indirizzo spettacolo: ci ho messo 10 anni a laurearmi, ma ce l’ho fatta! Metodologie della critica dello spettacolo, questa la mia tesi.

Il tuo primo spettacolo?

Ho appena festeggiato i 30 anni di lavoro! Ho cominciato a lavorare appena iniziato il corso, piccoli ruoli: il mio primo spettacolo fatto ad Ostia fu nel capannone dello sport dietro Regina Pacis. Rappresentammo Il signor di Pourceaugnac di Moliere. Faceva un freddo allucinante.

Come sono nati i teatri a Ostia? C’entri tu per caso?

Ebbene sì, penso proprio di sì! Iniziai a lavorare al Teatro dei Cocci, con una piccola tournèe nel Lazio.
Poi la vita privata si è intrecciata col teatro. Ho conosciuto un uomo, ci siamo sposati.
Iniziammo a fare scuola per due anni a Latina. Poi ci domandammo una cosa: perché andare fino a lì per insegnare teatro? Perché a Ostia non c’è nulla, era la risposta. Allora facciamolo! Era fine anni 80.
Allora esisteva solo uno spazio, il Prometeo, ad Isola Sacra. Proponemmo loro una scuola di teatro: realizzammo dei volantini e partì tutto così. Io, mio marito e Mariano D’Angelo. Per 3 anni abbiamo fatto scuola lì, ma poi il teatro chiuse. Cominciammo a cercare uno spazio su Ostia, fu difficile! Inizialmente sentimmo qualche parrocchia, ma io volevo uno spazio tutto nostro, bastava anche un piccolo negozio da affittare. Grazie a quei tre anni avevamo creato tre classi con cui riuscire a pagare la spesa dell’affitto. Fu così che nel 1993 nacque il Teatro Dafne. Uno spazio microscopico con 50 sedie, dove addirittura facemmo un cartellone per la stagione. Si facevano solo spettacoli serali e la scuola di teatro. Per 3 anni siamo andati avanti così, finché si liberò il locale a fianco ed il Dafne si allargò nel 1996. Iniziammo anche la scuola per bambini e finalmente mettemmo in scena anche gli spettacoli che scrivevo, anche se già uno, Aladino, lo avevamo fatto in giro per le scuole.
I primi tempi, soffrimmo. Insegnare alle persone che si poteva fare qualcosa di qualità con pochi mezzi non fu facile. Il teatro non è come il cinema, dove se non hai i mezzi non si fa. Nel teatro devi avere le capacità e uno spazio! In quegli anni il Dafne diventò un punto di riferimento veramente importante per Ostia.
Nel 2004 finì “questa meravigliosa storia d’amore” ed il Dafne ha viaggiato per conto suo. Decisi di riiniziare per conto mio, di cominciare tutto daccapo.
Così come avevo dato io il nome al Dafne (la ninfa inseguita da Apollo, che invoca gli dei per salvarsi, ma che viene trasformata in alloro) decisi un nuovo nome per il mio prossimo teatro. Scelsi il nome Pegaso, il mito del cavallo che nasce dalla Medusa paralizzante.
Non fu un periodo felice per me: dopo la separazione improvvisa, morì mio papà. Mi ritrovai a vivere tutto insieme. Mi rimboccai le maniche e trovai un locale su viale dei Promontori, dove siamo rimasti fino al 2011. Non considerai un vicino che mi fece causa per la “troppa vita” nel condominio e quindi lasciai anche quel posto. Tutto da ricominciare. Finalmente poi il Pegaso si è trasferito qui in via Cardinal Ginnasi.

Come ha reagito Ostia al teatro?

Sono stata molto contenta del fatto che a Ostia poi sono nati altri 4 teatri, ma constato con un po’ di amarezza che nessuno riconosce chi ha fondato davvero il teatro qui. Ho sempre cercato di collaborare con altre realtà, ma riesco ad interagire solo con il Manfredi. Nel 2007 ci fu un tentativo, con All Theatre, partito con Filippo Lange, in cui tutti i teatri di Ostia (Affabulazione, Manfredi, Dafne, Fara Nume e Pegaso) parteciparono ad un bando pubblico. Vincemmo solo il primo anno e riuscimmo a fare una stagione estiva alle Terrazze.

Nel 2015 come si fa teatro in Italia? Può essere un lavoro per un giovane?

Con molta fatica, per me è ancora un lavoro! La crisi economica non è l’unica che ci ha colpito, ma soprattutto la crisi dei valori. Quando arriva la ragazza che dice che vuol fare la velina, perché dovrebbe fare teatro? Difficile spiegare cos’è, c’è troppa offerta e troppa confusione. Chi ha scelto di fare teatro ha già fatto i conti con un precariato, da sempre. L’attore teatrale soffre un po’ di più, ma lo aveva già messo in conto. Fa parte del tipo di scelta; andando avanti con gli anni diventa un po’ più difficile. Diventa difficile il necessario, non più il superfluo!

Hai dei tuoi allievi di cui puoi dire “Sono state mie creature”?

E’ una grossa soddisfazione vedere che quella che è una tua passione viene condivisa e sviluppata. Ho molti ex-allievi che hanno aperto a loro volte scuole di teatro, e addirittura allievi che girano film, come Gabriele Pignotta e Fabio Avaro!!! Sono stata invitata alla premiere del loro film, emozionante e forte assistere al cinema Cavour alla proiezione!
Nell’ultimo spettacolo messo in scena, “Nel bel mezzo di un gelido inverno”, erano quasi tutti miei ex allievi, molti di quelli che iniziarono al Prometeo, nel secondo anno di corso. Una volta che ti ammali di teatro, non puoi farne a meno!

Cosa è Ostia per te?

Ho scelto di stare ad Ostia perché la considero la mia città. Qui sono cresciuta, ho i miei affetti e la mia storia. Lavoro tanto anche a Roma, ma qui ho le mie radici. Non si può ipotecare il futuro, e se dovessi lasciarla sarebbe un dolore.

Cosa significa per te il teatro?

Passare le serata a fare le prove, invece che stare davanti alla TV è come recuperare le chiacchiere che si facevano tra amici una volta, quelle dei miei ricordi. Qui si gioca, si lasciano i pensieri a casa.
Ostia è piena di artisti, attori, musicisti, cantanti. Sarebbe fantastico avere un luogo in grado di raccogliere tutto ciò! Un Palazzo della Arti dove fare le prove, esprimerti liberamente.
Spesso io offro il mio spazio a percentuale alle compagnie di giovani, senza chiedere un minimo fisso. Per cui se incassi 3 euro, io incasso di conseguenza. Mi piace l’idea che i ragazzi invece che passare il tempo sul muretto o davanti ad uno schermo, si interessino, si impegnino a creare una locandina, ad imparare una parte!
La cosa più importante nella vita è avere un sogno ed inseguirlo, senza ascoltare nessuno! Perché, mentre le persone nella tua vita vanno e vengono, tu con te stesso devi starci per tanto tempo, quindi è bene che ci stai il meglio possibile. Scegliere quello che vuoi fare realmente significa non avere frustrazioni e rancori. Tutto però ha un prezzo, ma è più caro il prezzo del rimpianto di non aver inseguito un sogno.
Magari non potrò permettermi di pagarmi le vacanze, ma sono riuscita a trasformare ogni mia giornata non dico in una vacanza, ma quasi. Non vivo una volta l’anno, durante le vacanze, io vivo tutti i giorni! Bisogna vivere col rispetto di se, rinunciare ai propri sogni ti far stare male e scaricare le tue frustrazioni su altri!
Credo nel potere che hanno le persone di trasformare un sogno in realtà!

Altre interviste:

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