venerdì 26 febbraio 2021
La mia Ostia
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Stefano Portelli

Stefano Portelli

Stefano Portelli è un antropologo, che vive a Roma, incontrato per la prima volta il 15 agosto 2015 durante la Processione dell'Assunta all'Idroscalo.

Uno di quegli incontri in cui la curiosità verso il prossimo scatena quel feeling dettato dall'interesse, dalla passione e dalla cultura che accomuna.

Stefano parlaci un po' di te: quali sono i tuoi studi, dove sei nato, perchè ci siamo incontrati proprio lì?

Sono nato e mi sono laureato a Roma, da dove sono andato via appena ho potuto: ho vissuto dodici anni fuori, soprattutto in Spagna e in Marocco, dove ho lavorato all'inizio come educatore di comunità, poi come ricercatore in antropologia urbana, in particolare in un quartiere della periferia di Barcellona su cui ho scritto un libro. A un certo punto però il bisogno di sapere cosa succedeva nella mia città ha avuto la meglio: un paio d'anni fa sono tornato a Roma, dove ho trovato molto interesse per le attività che avevo svolto. Ho cominciato a lavorare in un Dipartimento dell'Università La Sapienza che si occupa di pianificazione urbanistica, dove ho incontrato un gruppo di insegnanti e ricercatori che lavorano sulle periferie romane, con cui è nata una collaborazione molto stimolante.

Cosa ti ha portato a intraprendere questo studio parallelo tra Roma e Ostia?

A Barcellona avevo osservato come le grandi trasformazioni urbane, celebrate anche dai giornali italiani, stavano in realtà provocando delle gravi fratture nel tessuto sociale, soprattutto nelle periferie. Ho cominciato a studiare come lo spazio fosse importante per mantenere alcune dinamiche che permettevano di tenere insieme le comunità, anche in situazioni di disagio. Ma gli urbanisti non prendono mai in considerazione questi aspetti invisibili della vita delle città: tracciano linee, spostano popolazioni, demoliscono quartieri, e raramente si interessano alle conseguenze delle loro azioni. A Roma fino agli anni Ottanta c'era il problema delle cosiddette “baracche”: le amministrazioni hanno dato per risolta la questione quando l'ultima casa è stata demolita e gli ultimi abitanti trasferiti. Nessuno è andato a vedere come vivevano queste persone dopo il trasferimento, che situazione si era prodotta lì dove erano stati portati, come aveva reagito la popolazione locale. Un caso interessante era proprio il trasferimento degli abitanti cosiddetti “baraccati” di Roma Est, nelle palazzine Armellini di Nuova Ostia.

Raccontaci questa storia.


È una storia che non si conosce bene; io stesso, anche se è un anno che ci lavoro, non posso ancora dire niente di definitivo. Ma ho intervistato molti abitanti di un antico borghetto di Roma est, l'Acquedotto Felice: nel 1972 sono stati trasferiti nelle palazzine Armellini, intorno a via Baffigo. Possiamo immaginare la loro emozione: finalmente avevano un appartamento, dopo anni in cui i giornali, i vicini, i politici, ripetevano loro che la casa sarebbe stata la soluzione ai loro problemi, e che quelle in cui abitavano non erano vere case. Eppure il trasferimento a Nuova Ostia per molti fu un trauma: l'Acquedotto era stato un luogo importante, soprattutto per chi veniva dall'Abruzzo, dalle campagne, dal Sud. Costruendosi quelle case, avevano creato i primi rapporti con Roma, stretto legami tra di loro, si erano radicati sul territorio: e tutto questo stava permettendo loro di cominciare a vivere in città in modo dignitoso, nonostante le umilissime origini. Una volta trasferiti a Ostia, come ricorda anche don Sardelli – un prete molto conosciuto che fu attivo all'Acquedotto fino al trasferimento – tutti questi legami furono spezzati: e tutto il processo di radicamento dovette ricominciare da capo. Fu veramente “la disgregazione di una comunità urbana”, che è il titolo di un libro sulla demolizione di Valle Aurelia, una storia per certi versi simile.

Ma loro abitavano nelle baracche…

Tra le persone che ho intervistato, quasi tutti difendono il loro orgoglio storico, dichiarando che le loro non erano baracche, ma case, anche se autocostruite; e che era la stampa che si affannava a chiamarle baracche. A Valle Aurelia è successa la stessa cosa: tra gli abitanti dei borghetti e delle borgate tantissimi erano muratori, alcuni specializzati, e gran parte dei lavori di costruzione e mantenimento delle case sono stati fatti insieme. Certo, c'erano anche delle vere e proprie baracche: ma come spesso accade, lo stato deplorevole di alcune case è stato esteso a tutto il quartiere. Alcuni ricordano addirittura un progetto di risanamento dell'Acquedotto fatto dagli stessi abitanti: non abbiamo documenti, e non sapremo mai se era fattibile o no. È vero anche che le abitazioni erano appoggiate a un monumento, un Acquedotto rinascimentale; ma non dimentichiamo che la bellezza di Roma è proprio in questa commistione di grandioso e quotidiano, di pubblico e privato, di sacro e profano – “splendente e misera città”, diceva un poeta. Gli appartamenti Armellini erano più grandi, sì; ma non certo costruiti meglio, come sappiamo! Inoltre, quello che fa un quartiere non è tanto lo spazio privato, quanto lo spazio pubblico, la vita sociale degli abitanti, la convivialità: che nei quartieri autocostruiti sono particolarmente forti. Perciò, demolirli e disperdere gli abitanti significa perdere un grandissimo patrimonio immateriale, fatto di vincoli sociali e forme di gestione della convivenza. Il risultato è, se va bene, dei quartieri dormitorio; se va male, dei luoghi in cui alla povertà economica si aggiunge la miseria relazionale, il disprezzo reciproco tra gli abitanti, la rabbia – e cioè il brodo di coltura della violenza, della xenofobia, della criminalità. La mia ipotesi è che i quartieri popolari storici possiedono delle strategie di controllo interno dei conflitti, che si creano con il tempo, e che mantengono i rapporti tra i diversi gruppi sociali; con il trasferimento, quasi sempre queste strategie crollano.

Per questo ti sei interessato all'Idroscalo?


Quando ho “scoperto” l'Idroscalo, mi è sembrato di toccare con mano quello di cui mi parlavano gli ex abitanti dell'Acquedotto Felice. Chiaramente sono due situazioni molto diverse: gli anni Settanta non sono i Duemila, e la povertà che c'era allora, adesso è quasi impensabile. Ma è simile, ad esempio, l'accanimento dei giornali nel definire “baraccati” una popolazione che mantiene la sua dignità abitativa, che si è costruita le case autonomamente, e che per decenni ha pagato non solo i servizi, ma anche l'imposta annua di circa un milione di lire che richiedeva il Demanio a ogni famiglia. All'Acquedotto, le case erano tollerate dai proprietari dei terreni che speculavano sulla loro miseria; all'Idroscalo, gli abitanti sono stati mantenuti in un limbo legale per decenni, probabilmente perché era conveniente, per qualche ragione. Ora c'è un progetto urbanistico approvato che prevede la demolizione di tutto il quartiere per l'ampliamento del Porto: e ricomincia lo “scandalo delle baracche”. Anche qui, c'è un quartiere che sembrerebbe impossibile salvare: è in una zona importante dal punto di vista ambientale, considerata a rischio di esondazione del Tevere, e descritta come “abusiva”. Ma queste tre cose vanno studiate. Prima di tutto: chi ha detto che i parchi naturali non debbano essere abitati? Centinaia di gruppi indigeni sono stati cacciati dalle loro foreste per creare dei parchi naturali disabitati, disprezzando le capacità che avevano sviluppato col tempo di convivere con l'ambiente, di adattarsi all'ecosistema. All'Idroscalo gli abitanti più radicati conoscono i ritmi del mare e del fiume, e sarebbero i più indicati per custodire la zona – che è sicuramente patrimonio di tutta la città, ma loro vi hanno stabilito un rapporto particolare. Poi, per quanto riguarda il rischio: la classificazione di rischio dell'Idroscalo non impone necessariamente l'abbattimento, e riguarda comunque anche altre parti di Ostia per cui non si grida all'emergenza, e dove ci sono stati anche dei morti, cosa mai accaduta all'Idroscalo. Infine, sull'abusivismo c'è da dire che per decenni gli abitanti hanno ricevuto dal Comune messaggi tranquillizzanti (i numeri civici, i nomi delle vie e l'asfaltatura di alcune di esse, i contatori della luce, o la piazza centrale che è stata una delle “cento piazze” di Rutelli), che li spingevano a investire sulle case, sperando in una perimetrazione o in un condono. Non si può chiamare abusiva un'urbanizzazione che le istituzioni hanno incoraggiato attivamente per oltre mezzo secolo.

Vivere a contatto con le persone è tipico della figura dell'antropologo: qual è l'emozione di vivere all'Idroscalo?


Non ho mai vissuto all'Idroscalo, ma l'ho frequentato intensamente durante quest'ultimo anno. È sempre emozionante vedere come, nelle zone d'ombra della città, la gente si organizza delle forme di vita che possono essere anche molto soddisfacenti. All'Idroscalo c'è ancora quella rete di supporto reciproco che esisteva nei borghetti: di fatto, è l'ultimo borghetto di Roma, l'unico a cui è stata data la possibilità di svilupparsi e di migliorare. Ma dalle demolizioni della giunta Alemanno a febbraio 2010, tutti gli aspetti peggiori della vita del quartiere hanno avuto modo di crescere a dismisura, e le forze che mantenevano il controllo sulla convivenza hanno ceduto. All'interno del quartiere c'è una battaglia in corso, molto aspra, che a mio giudizio nasce dal trauma delle demolizioni, e che risente terribilmente di tensioni politiche esterne al quartiere. Nel quartiere dove ho lavorato in Spagna c'era una grossa divisione tra gli abitanti, che il Comune fomentava, per facilitare l'abbattimento e debilitare le proteste; bisogna capire se anche qui siamo in presenza di qualcosa di simile. Inoltre, adesso a Roma si sta usando in modo morboso l'idea di “mafia”, per criminalizzare alcuni quartieri periferici e i suoi abitanti, in blocco: come se la mafia avesse a che vedere con la povertà! La mafia è legata alla ricchezza, non alla povertà; al potere, non all'esclusione, anche quando si serve degli esclusi. Prendersela con i pochi piccoli “proprietari” che comprano e vendono al nero le casette dell'Idroscalo, di fronte ai veri racket della speculazione finanziaria e immobiliare, è come prendersela con un tossicomane in nome della lotta al narcotraffico: c'entra, sì, ma non è certo quello il punto.

Cosa significa per te essere un antropologo?


È un lavoro fantastico. In questi anni ho avuto modo di studiare un'infinità di situazioni diversissime: dai quartieri spontanei di Managua, alle strategie commerciali dei Masai del Kenya; dalle cooperative rurali di donne del Nepal, alla convivenza tra gitani e non gitani in Catalogna; dai ministri del governo tunisino dopo la primavera araba, agli abitanti dei campi profughi in Sicilia... Da ognuna di queste storie, se studiata conoscendo le lingue e comprendendo i contesti, si possono estrarre elementi utili per capire tutte le altre storie. Inoltre, come tutte le scienze, l'antropologia è una costruzione collettiva: lavoriamo in gruppi di ricerca, ci scambiamo le scoperte e le ipotesi, creando insieme comparazioni tra territori e mondi diversi: cercando di capire cos'è unico e cos'è universale di ogni mondo, di ogni gruppo umano. Se la politica volesse veramente tenere conto di queste specificità, eviterebbe molti dei danni sociali creati da decisioni prese per ignoranza (o legittimate grazie all'ignoranza). La demolizione delle trentacinque case dell'Idroscalo nel 2010 ne è un esempio perfetto: gli abitanti stanno ancora nei residence, cinque anni dopo; nonostante le conseguenze, c'è di nuovo chi invoca altre demolizioni.

Che idea ti sei fatto di Ostia e del suo rapporto con Idroscalo?

È chiaro che c'è una barriera invisibile che separa Idroscalo e Nuova Ostia da tutto il resto. Rivedo qui lo stesso stigma che subivano gli abitanti del quartiere in cui ho lavorato a Barcellona: era una sorta di paese sul bordo della città, una “grande famiglia”, ma dall'esterno era visto come un posto pericoloso e malfamato. Ci vogliono altri occhi per capire la forza che hanno certi posti, la loro storia, la loro capacità di resistere alle descrizioni infamanti, agli stereotipi. Se non fosse per gli stereotipi, ripetuti ossessivamente dai giornali, o per questa retorica dell'emergenza, vedremmo anche noi quello che per gli abitanti dell'Idroscalo è evidente: che basterebbe poco – pochi soldi, poco lavoro – per riqualificare veramente il quartiere, facendone un borghetto autocostruito sulla Foce del Tevere. Si valorizzerebbe l'enorme lavoro – materiale e immateriale – che hanno fatto gli abitanti per mantenere in piedi il quartiere e le case, completando la loro opera con le infrastrutture che sono competenza dello stato. Molto meno caro che demolire e alloggiare nei residence! L'ostacolo non è certo il rischio di piena del Tevere, ma i poteri che vogliono sfruttare la zona per il proprio tornaconto economico. Se riusciamo ad andare oltre gli stereotipi, vedremo che è proprio nei territori di margine che nascono le situazioni più interessanti, le nuove idee, le nuove alleanze, proprio grazie all'isolamento, che permette a queste nuove possibilità di non disperdersi, di radicarsi. Ostia è stato uno di questi luoghi: in questo momento estremo, in cui l'intero municipio è strumentalizzato per le conseguenze di Mafia Capitale, potrebbe nascere una nuova presa di coscienza che permetta di scavalcare il vecchio modo di far politica, di fare sviluppo (megaprogetti, grandi proclami, azioni spettacolari, demolizioni…), per costruire invece forme di autorecupero e autovalorizzazione collettiva, che facciano da modello anche per altre parti di Roma e d'Italia.


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