Il parelio, un pezzetto di arcobaleno, ma senza pioggia
Scopriamo questo affascinante fenomeno atmosferico, chiamato sundog in inglese
Guardando verso il cielo in un pomeriggio velato, capita a volte di notare una macchia luminosa e iridescente, sospesa a mezz’aria non lontano dal Sole. A un occhio inesperto può sembrare un frammento di arcobaleno spuntato senza una goccia di pioggia, oppure una nube iridescente.
Nella maggior parte dei casi, la risposta risiede in uno dei fenomeni ottici più affascinanti dell'atmosfera: il parelio (dal greco parēlion, «accanto al Sole»).Gli anglosassoni lo chiamano confidenzialmente sundog («cane solare»). Questa denominazione ha radici sia nel folclore che nell'osservazione empirica: da un lato richiama la mitologia norrena, in cui il carro del Sole attraversa la volta celeste inseguito dai lupi cosmici Sköll e Hati; dall'altro riflette il gergo secolare di marinai e contadini, abituati a chiamare dog qualunque macchia di luce che «scortasse» fedelmente l'astro preannunciando l'arrivo di una perturbazione.
Per comprendere il parelio occorre prima sgombrare il campo da due fraintendimenti comuni: l'arcobaleno nasce dall'interazione della luce con goccioline d'acqua liquide e si osserva sempre dando le spalle al Sole (a circa 42° dal punto antisolare). Le nubi iridescenti derivano dal fenomeno ondulatorio della diffrazione, che distribuisce tinte pastello in modo irregolare e mutevole sui margini di nubi sottili.
Il parelio, al contrario, appartiene alla famiglia degli aloni. È generato esclusivamente da processi di rifrazione geometrica della luce solare attraverso cristalli di ghiaccio sospesi nell'alta troposfera, tipicamente all'interno di cirri o cirrostrati a quote superiori ai 5.000–6.000 metri, dove la colonnina di mercurio scende costantemente sotto i -30 °C.
La geometria del cristallo è il fattore determinante: devono formarsi minuscole piastrine a base esagonale, con due facce basali piatte e sei facce laterali verticali. Quando questi cristalli precipitano lentamente nell'aria calma dell'alta quota, la fluidodinamica impone un assetto preciso: la resistenza dell'aria li orienta orizzontalmente, come minuscole foglie o piatti che fluttuano verso il suolo.
Questa disposizione ordinata è fondamentale: se i cristalli fossero disposti con orientamento casuale e caotico, la luce verrebbe deviata in tutte le direzioni radiali, producendo un cerchio completo attorno all'astro: il classico alone a 22°. Con le facce basali bloccate in orizzontale, le pareti laterali agiscono come prismi verticali, concentrando la deviazione della luce quasi esclusivamente sullo stesso piano orizzontale del Sole.
Nessun raggio che attraversi le facce prismatiche del cristallo può essere deviato a un angolo inferiore a questa soglia critica. La luce si accumula geometricamente lungo questo confine, creando il caratteristico picco di brillantezza a circa 22° di distanza angolare dal Sole.
Il bordo del parelio rivolto verso il Sole presenta sempre una netta colorazione rossastra o arancio vivo. Spostandosi verso l'esterno, compaiono sfumature gialle e verdi. Oltre questa soglia, la sovrapposizione di raggi rifratti con angoli di incidenza non minimi ricompone lo spettro luminoso, facendo sbiadire il fenomeno in una coda bianca che si confonde con i cirri circostanti.
La distanza di 22° non è costante nell'arco della giornata: è rigorosamente esatta solo quando il Sole si trova vicino all'orizzonte, all'alba o al tramonto. Man mano che l'astro sale nel cielo, i raggi colpiscono le facce verticali dei cristalli con una traiettoria obliqua. Questo percorso inclinato allunga la strada ottica percorsa dalla luce dentro il ghiaccio, aumentando la distanza angolare apparente.
di Aldo Marinelli del 15 ottobre 2026



