Fragili come i pini: il destino della natura e dell’Uomo
In altre parole, i pini sono “nostri” perché ci siamo abituati a vederli, non perché appartengano naturalmente al territorio.
I pini di Ostia, come quelli di molte città italiane, sono simboli iconici del paesaggio mediterraneo. Ma questa immagine è un “inganno”. La specie più comune, il Pinus pinea, non è propriamente autoctona: è stata piantata dall’uomo per secoli, sia per il valore economico dei pinoli, sia come elemento ornamentale. Le pinete costiere, le strade bordate di pini, le piazze alberate: tutto questo è frutto di scelte culturali, di estetica urbana e di agricoltura, non di crescita spontanea.
In altre parole, i pini sono “nostri” perché ci siamo abituati a vederli, non perché appartengano naturalmente al territorio.
Oggi, la cocciniglia (Toumeyella parvicornis), il Tomicus destruens, lo Xylosandrus compactus ed altri parassiti stanno decimando questi alberi. Si parla di tragedia ecologica, di patrimonio verde minacciato, di simboli perduti. Ma se guardiamo la questione da un’altra prospettiva, non stiamo perdendo un “albero sacro” autoctono: stiamo assistendo alla fine di un mito costruito dall’uomo.
Non è la natura che punisce: è il paesaggio che cambia, e noi che non abbiamo saputo gestire le specie che abbiamo introdotto. Alcuni pini sopravvivono solo perché intervengono potature, trattamenti chimici e irrigazione: il resto cade, come testimonianza della fragilità di un ecosistema artificiale.
La morte dei pini non è solo un problema ecologico: è un problema culturale. Ci costringe a chiederci se vogliamo continuare a preservare ciò che è “nostro” per abitudine, o se vogliamo costruire un paesaggio urbano più sostenibile e consapevole.
Forse non dobbiamo piangere i pini che cadono, ma imparare a vedere il territorio per ciò che è: un intreccio tra natura, storia e cultura. La sfida non è fermare la loro morte con cure disperate, ma trasformare la perdita in occasione di rinascita, ripiantando specie autoctone o più resilienti, valorizzando la biodiversità, e ridisegnando un paesaggio urbano meno legato all’illusione di eternità e più alla realtà ecologica.
E se la fragilità dei pini fosse uno specchio della nostra stessa vulnerabilità?
L’uomo, come il pino, ha costruito miti di eternità: civiltà, tecnologia, progresso illimitato. Eppure il pianeta sta mandando segnali chiari: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, collasso degli ecosistemi. Come i pini, anche noi siamo parte di un equilibrio fragile che non possiamo dare per scontato. La loro morte ci ricorda che nessuna specie, per quanto simbolica o dominante, è immune dall’estinzione. Il futuro non concede favoritismi: ciò che non si adatta o non si cura può scomparire, proprio come i nostri giganti verdi.
I pini non sono “nostri” perché crescono spontanei: sono nostri perché abbiamo scelto di abituarci a vederli. La loro morte non è una tragedia naturale, è un promemoria: il paesaggio non è immutabile e nemmeno noi lo siamo. La vera sfida è riconoscere la fragilità, imparare dai limiti e costruire un futuro in cui la cura, la consapevolezza e la resilienza non siano un’illusione.
Come i pini, anche l’uomo si è abituato a credere nella propria invulnerabilità: città, tecnologie, conquiste scientifiche sembrano garantire eternità. Ma la storia e la natura insegnano il contrario. Ogni specie che ignora i propri limiti, che si circonda di miti anziché di realtà, rischia l’estinzione. I pini cadono perché non erano davvero eterni, e noi potremmo seguirli se continuiamo a ignorare i segnali del pianeta. La loro fragilità è uno specchio: mostra che anche il più grande dei dominatori può svanire, lasciando solo il ricordo di ciò che una volta sembrava invincibile.
di Aldo Marinelli del 09 febbraio 2026



