Il mare prima (e dopo) il rumore
Da abitanti fantasma a custodi per sempre
C’è un momento preciso in cui Ostia sembra “appartenermi” per intero, un momento in cui posso dire "la mia Ostia". È la mattina presto, quando la luce del sole è ancora fredda e il rumore della Cristoforo Colombo non è che un ronzio lontano. Oppure la sera tardi, quando l'ultima macchina se n'è andata e la città viene restituita al suo silenzio.
In quegli attimi di grazia, davanti al mare, mi ricordo di vivere in una città vera, perché è così che io la considero. Una città fatta di passi lenti, di salmastro che corrode le serrande, di persone che ti chiamano per nome e di una comunità che questo litorale lo abita, lo protegge e lo subisce tutto l'anno.
È la città delle mie radici, custodita in gesti che chi viene da fuori non potrà mai capire. Come il sapore caldo delle ciambelle prese prima che suonasse la campanella alla scuola elementare Quinqueremi, o il profumo di quella pizza scrocchiarella comprata in via della Stella Polare prima di correre in spiaggia — in una pizzeria che oggi non c’è più, ma che nella mia testa sforna ancora fette bollenti. È la memoria delle pedalate in bici con mio padre in pineta o al mare, quando il mondo sembrava infinito e Ostia un regno sicuro.
Poi, puntuale come una marea, arriva il weekend di sole e l’estate. E con essi arrivano loro: le macchine a caccia dell'ultimo parcheggio, la fretta di prendersi un pezzo di sabbia, lo sguardo di chi scappa dal GRA in cerca di un'illusione di vacanza. In un istante, il luogo della mia infanzia e del mio presente smette di essere una città e diventa uno sfondo. Una scenografia consumata per qualche ora e poi abbandonata.
È in quel momento che ci trasformiamo in abitanti fantasma. Spettatori invisibili a casa propria, mentre chi arriva da fuori si muove con la certezza quasi inconsapevole di essere il padrone del mare. Ma il mare non si possiede con un tagliando del parcheggio o con un pranzo al ristorante del lungomare. Il mare appartiene a chi lo ascolta quando non fa notizia, a chi ne respira la solitudine a novembre, a chi sa che Ostia non è la spiaggia di Roma, ma un luogo dell'anima con una dignità profonda.
Non è il rancore verso chi viene da fuori a muovere queste parole. Il mare è di tutti, ed è bello che chi vive tra il cemento del raccordo possa trovare un respiro qui da noi. Quello che pesa è la mancanza di rispetto per l'identità di un luogo. La sensazione che per chi arriva da Roma, Ostia sia solo un'estensione del proprio salotto estivo, un servizio dovuto, un'etichetta sulla mappa dei trasporti urbani.
Si dimentica che una città vive di chi la cura quando le serrande si abbassano e gli ombrelloni si chiudono. Vive dei commercianti che resistono d'inverno, dei ragazzi che camminano sul pontile con la giacca a vento, di chi affronta i ritardi della Metromare ogni santo giorno per andare a studiare o lavorare, mantenendo vivo questo territorio senza arrendersi al degrado o all'abbandono.
Alla fine, quando la domenica sera le file di fari rossi si incolonnano sulla Cristoforo Colombo e sulla Via del Mare per riportare tutti a casa, accade qualcosa di magico. Il rumore dei motori sfuma, le spiagge si svuotano e la città torna a respirare.
Rimaniamo solo noi. Fantasmi per un giorno, sì, ma custodi per sempre. Perché chi pensa di venire a Ostia da "proprietario" per qualche ora si porta via solo un po' di sabbia nelle scarpe. Noi, invece, ci teniamo il mare. Quello vero, che non ha stagioni e non appartiene a nessuno, se non a chi ha imparato a rispettarlo.
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di Aldo Marinelli del 06 agosto 2026



