mercoledì 3 marzo 2021
La mia Ostia
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Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo

In occasione del Centenario di Roma Marittima, il 14 e 15 dicembre al Teatro del Lido, ci sarà la mostra fotografica "Scatti di storia e bellezza" con le immagini di Mino Ippoliti e Pino Rampolla. In esclusiva per Duilio e La mia Ostia conosciamo Mino Ippoliti, fotografo a partire dai primi anni 80, inizialmente freelancer per giornali come Paese Sera e Tempo e dal 1986 per il Messaggero di Ostia

Quando nasce la tua passione per la fotografia?

Ho sempre avuto la passione della fotografia e divenne un lavoro intorno agli anni 80 quasi per caso. Sono entrato in questo mondo grazie ad un fatto di cronaca nera, un delitto: ero andato lì a fotografare per un’agenzia di Roma ed ho incontrato Claudio Razeto, che allora lavorava per Paese Sera. Per un paio di anni ho quindi lavorato per questo giornale e poi per il Messaggero. Allora esisteva una sola pagina di cronaca che usciva il venerdì gestita da Arnaldo Sassi. Nell’aprile del 1986 mi telefonò: “Ciao Mino apriamo una redazione a Ostia, vuoi partecipare?”
Si lavorava tutti i giorni grazie ad un gruppo fantastico capitanato dal direttore Emiliani del Messaggero Roma e di un responsabile locale, Stefano Quondam, con cui ho passato 30 anni splendidi.
Grazie a questa pagina locale si sviluppò il progetto dell’area metropolitana del Messaggero. Esistevano molti corrispondenti intorno a Roma che non erano però organizzati in una struttura. La redazione a Ostia fu proprio il nucleo iniziale, che portò all’uscita giornaliera della cronaca di Ostia e dintorni. Avevamo due o tre pagine ogni giorno: diventarono ben presto un riferimento unico sul territorio. La conseguenza di ciò è che essendo l’unico fotografo mi muovevo ovunque, da Anzio a Bracciano, da Monterotondo a Cave, fotografando di tutto: da eventi sportivi a cronaca nera.
Esisteva un rapporto stretto tra noi ed il cittadino: il giornale era come un vicino di casa di cui ti puoi fidare. Esisteva molta più correttezza nell’informazione. Nel corso degli anni purtroppo l’importanza dei giornali è scemata: la nascita delle televisioni private e poi dei Social ha dato uno scossone negativo al nostro lavoro. Una volta quando arrivavi sul luogo si creava il silenzio, si sentiva dire è arrivato il Messaggero, ed il giorno dopo non ce n’era più per nessuno. Si vedeva la differenza tra il nostro e gli altri giornali sia nella qualità delle foto che in quella delle notizie. Questo era dovuto al vantaggio di conoscere perfettamente la zona dove si lavorava. Siamo stati dei pionieri! Per un anno la redazione si spostò a Roma per l’organizzazione dell’area metropolitana, nel 1989 arrivò Giulio Mancini e riaprì la redazione storica in Piazza Scipione l’Africano.

Qual è la cosa più bella di questo lavoro?

La libertà di dare la tua impronta alla notizia con l’immagine che preferisci. Ultimamente non è sempre così, perché la scelta è di chi gestisce le pagine. Una volta invece ero io a stampare e consegnavo quindi quelle che ritenevo fossero le migliori. Pensa che i tempi erano molto veloci: tempo 1 ora e io davo il prodotto. Avevo un piccolo posto dove stampavo personalmente: il mio record è stato di 18 minuti! Il fattorino prendeva la foto e la portava a Roma: esisteva un’organizzazione totale, soprattutto per le notizia più importanti. I più bravi stampavano anche a colori, io mi son fermato al bianco e nero. Questo perché lavoravo esclusivamente per il giornale, non ho quasi mai venduto foto a settimanali, non era il mio obiettivo principale. Andavo in giro con due corpi macchina, in uno dei due c’era il rullo a colori ma era raro che lo usassi.

Com’è cambiato il tuo ruolo in questi anni?

Da essenziale ed insostituibile a “ma sì, puoi pure non andare…”. Una volta la macchina fotografica la usavo quasi solo io, ora con il cellulare tutti scattano, soprattutto nella cronaca.
Il nostro lavoro è quasi del tutto scomparso purtroppo. Nel corso degli anni abbiamo tra l’altro dovuto seguire l’evoluzione del mezzo, passando dagli scanner al computer per poi approdare al digitale, tutto a proprie spese personali. Mi ricordo che presi una fiammante F5 della Nikon per cambiare i miei corpi macchina ormai logori, facendo un investimento non indifferente. Ebbene dopo 6 mesi uscì la D1 digitale! Il dramma: ho ancora la F5 nel cassetto praticamente nuova.
Sono stanco perché non riesco più ad avere la soddisfazione che avevo prima: esiste si quella dei social, ma mi manca la carta, o meglio l’uso del materiale fotografico di un tempo. Una volta le pagine si disegnavano e si stabilivano dopo aver ricevuto le foto, oggi la foto è un riempimento di uno spazio libero. Tuttora si fanno una fatica e uno stress enormi per fare una bella foto e poi vedi che la tua foto è ridotta ad un francobollo in cui non si capisce nulla. Per le nuove generazioni il giornale è qualcosa di inutile che sta sul seggiolino della metropolitana e che tu sfogli e butti, senza sapere che un giornale va letto fino all’ultima pagina e magari conservato. Si creano persone senza futuro dal punto di vista di informazione.

Descriviamo com’è cambiato il nostro territorio attraverso i suoi scatti, scelti in base agli avvenimenti importanti a partire dagli anni 80 fino ai giorni nostri.


Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1989: l’erosione del nostro lungomare era incontrollabile e incontrollata. Questo è il Tibidabo.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1984: l’ultima fontanella del lungomare in prossimità di via Carlo Avegno, prima dell’Idroscalo senza il porto

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1990: I bilancioni dell’Idroscalo, che ormai non esistono più

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1987: una delle ultime feste che furono fatte nell’allora salone del Tibidabo, diventato poco dopo la piscina delle Dune

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1987: protesta degli studenti dell’Anco Marzio nel Municipio per richiedere l’apertura della nuova scuola

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1989: passerella di cemento che viene giù al Belsito

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1989: fotografia scattata dall’elicottero durante un salvataggio di un uomo in mare. All’epoca era facile poter salire su questi mezzi come giornalista. Si vede tutta la zona dell’attuale porto e del CHM della LIPU e il campetto di calcio dove fu assassinato Pier Paolo Pasolini

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1989: successivamente alle mareggiate del 1989 iniziò l’opera di ripascimento con la costruzione di una barriera sottomarina. Ci vollero 6 mesi per la realizzazione di 600 metri. Fu fatta così bene che tutta la parte destra del canale dei Pescatori ancora è protetta. Lo spazio tra la spiaggia e metà di questa struttura fu riempito prima con sabbia di cava, gialla e fangosa ricoperta poi con sabbia di mare.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
23 febbraio 2010: abbattimento di Piazza dei Piroscafi all’Idroscalo

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1999: Francis Ford coppola in Piazza della Stazione Vecchia insieme a Vincenzo Storaro per girare lo spot del caffè Illy

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
4 luglio 2000: l’incendio di Castelfusano è stato l’evento distruttivo più tragico della nostra città. Negli anni precedenti avevamo avuto tantissime avvisaglie: si sapeva bene o male quando i piromani avrebbero appiccato il fuoco, perché era una cosa molto regolare. Abitando proprio lì vicino, vedevo costantemente i fumi. L’incapacità di gestirlo ha creato questo disastro. Quel giorno ero a Casal Bernocchi per un servizio sul disinnesco di una bomba della guerra. Mi chiamarono per un principio di incendio a Castelfusano anche perché il giorno prima c’era stato un inizio in prossimità di Casal Palocco, ma il canadair arrivò solo nella tarda serata. Quel giorno lo appiccarono in tre punti diversi, c’era un vento incredibile e passò al di sopra della Colombo.


Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1997: prima foto ufficiale dopo la ricostruzione del trampolino del Kursaal

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Anni 90: occupazione da parte degli stranieri dell’ex colonia Vittorio Emanuele II. Arrivarono in massa e non sapendo dove metterli li misero tutti li.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Settembre 1999: ripascimento morbido fatto a sinistra del canale dei Pescatori, con la sabbia marina. Inutile lavoro perché nel giro di 6 mesi si perse tutta la sabbia, perché non c’era la protezione a mare.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
La Breda qualche giorno prima che iniziassero i lavori di Cineland

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
2001 Montella, Del Vecchio, Salvi e Felici, titolare del ristorante “Il Pescatore” al borghetto dei Pescatori di Ostia, dove la Roma nell’anno dello scudetto cenava in modo regolare. L’allenatore Capello ci andava tutte le sere. Era diventata quasi una scaramanzia: Ostia in questo modo ha dato il suo contributo alla Roma.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Fine anni 90: condizione caratteristica a Ostia, vivere nelle baracche. Queste si trovavano in via Aristide Carabelli. Ostia è sempre stata abbastanza incapace nell’organizzare un’assistenza adeguata per le persone bisognose.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Anni ’80: Parco dei Ravennati ad Ostia Antica, durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Tanti polacchi arrivarono a seguito del papa: si accamparono inizialmente a Villa Borghese, ma poi li portarono al campeggio Country Club a Ostia. Da lì si allargarono sempre di più: fornivano una quantità di manodopera incredibile e a basso costo. Questo provocò l’esplosione delle costruzioni abusive a Ostia e dintorni, Infernetto soprattutto. C’era tanta gente che lavorava ma anche che si affogava nell’alcol.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Primi anni ’80. Via Antonio Forni, una strada che mette già paura perché buia. E’ una delle prime foto che ho fatto per identificare il territorio. La trovo di una drammaticità unica: incuriosito da Nuova Ostia, andavo spessissimo ad osservare per capire questo quartiere. Feci questa foto da lontano, in macchina col finestrino abbassato. Per me rappresenta il disagio di chi ci abita ma anche il disagio di chi entra.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Anni 2000: costruzione del porto. All’inizio non ci rendevamo conto del problema di quello che a livello ambientale avrebbe creato. C’era l’entusiasmo di quello che una città come Roma avrebbe dovuto avere, un porto finalmente.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1989: raccolta firme per il referendum nella piazza del Municipio

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Primi anni 80: Mister Ok, a 84 andava in carrozzina fino all’Elmi da via Carlo Avegno, dove fu trovato morto nel 1989. Scendeva dalla carrozzina, si faceva il bagno e raccoglieva le cozze.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
Lungomare senza il divisorio, costruito poi nel 1987. Fu costruito per evitare soprattutto gli incidenti frontali dovuti alle inversioni ad u incontrollate.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1987. Villino Rossini prima della ristrutturazione di Papagni, il commerciante di pomodori a San Francesco di Acilia. Questo era il tipo di foto che simboleggiava il degrado di Ostia e che portavo spesso ai giornali.

Mino Ippoliti: la libertà di essere un fotografo
1985: immagini all’ospedale Sant’Agostino nel giorno dell’attentato all’aeroporto di Fiumicino, che provocò 13 morti. Allora ero ancora un free lance e quindi non scelsi di andare in aeroporto, ma qui a Ostia. Arrivarono una trentina di feriti. Io andai lì con l’intento di testimoniare cosa stesse succedendo senza pensare al dramma che c’era dietro la foto. Questo lavoro non ti deve coinvolgere altrimenti non riesci a scattare. Adesso le cose sono cambiate. Ora mi chiedo se fare o meno una foto.

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