Che cosa chiamiamo davvero natura?
Quando parliamo di natura, spesso immaginiamo qualcosa di separato da noi.
Quando parliamo di natura, spesso immaginiamo qualcosa di separato da noi. Un bosco lontano, una montagna incontaminata, un luogo che si visita ma non si abita. La natura diventa “altrove”, mentre la vita quotidiana, soprattutto quella urbana, sembra appartenere a un’altra dimensione, artificiale e scollegata.
Questa separazione è però più culturale che reale. Dal punto di vista scientifico, la natura non è un luogo né un’idea romantica. È l’insieme dei sistemi viventi e delle relazioni che li attraversano. In questa rete rientrano piante, animali, microrganismi, suolo, acqua, clima e anche l’essere umano.
Un territorio come Ostia rende evidente questa ambiguità. Da un lato il mare, la pineta, le dune residue, il Tevere. Dall’altro l’edilizia, le strade, il turismo, le attività portuali. Spesso questi elementi vengono raccontati come mondi separati: natura da una parte, città dall’altra. In realtà convivono nello stesso spazio e si influenzano continuamente.
Il problema nasce quando riduciamo la natura a ciò che riconosciamo come familiare o accettabile. Tendiamo a considerare “naturale” solo ciò che ci emoziona o ci rassicura, mentre ignoriamo tutto ciò che è meno visibile o meno gradevole. Così la natura diventa una selezione affettiva, non un sistema complesso.
Eppure la natura non funziona per categorie morali. Non esistono specie buone o cattive, belle o brutte in senso ecologico. Esistono ruoli, interazioni, equilibri dinamici. Un organismo ha senso solo nel contesto in cui vive. Cambia il contesto, cambiano le conseguenze.
Anche gli ambienti che definiamo artificiali sono ecosistemi. Ostia urbana ospita una biodiversità spesso ignorata: piante che crescono nei marciapiedi, insetti impollinatori, uccelli adattati alla presenza umana, microrganismi nei suoli sabbiosi, specie legate al fiume e alla costa. Non sono eccezioni alla natura, ma forme di adattamento a condizioni create dall’uomo.
La pineta, ad esempio, viene percepita come “natura”, ma è in larga parte un ambiente modellato e gestito. Il mare stesso, simbolo di naturalità, è profondamente influenzato dalle attività umane: scarichi, traffico nautico, erosione costiera, pesca. Anche qui la distinzione tra naturale e artificiale perde significato.
A Ostia la natura viene spesso evocata solo nei momenti di emergenza: una mareggiata, un incendio nella pineta, l’erosione delle spiagge, la moria di pesci nel canale. Poi, passata l’emozione, il territorio torna a essere trattato come uno spazio neutro, da usare, attraversare, sfruttare. Ma la natura non è un evento straordinario: è il processo continuo che rende possibili quei luoghi anche quando non li guardiamo.
In questo quadro, l’essere umano non è un osservatore esterno. Ogni scelta modifica l’ambiente. Costruire, mantenere o abbandonare uno spazio, gestire il verde, frequentare una spiaggia, introdurre specie, eliminarne altre, sono tutti atti ecologici. Anche quelli che consideriamo privati o quotidiani producono effetti sul sistema.
Ripensare la natura significa allora abbandonare l’idea di purezza e accettare la complessità. La natura non è ciò che resta quando l’uomo se ne va, ma ciò che accade continuamente, anche attraverso l’uomo. Non è equilibrio statico, ma trasformazione, adattamento, conflitto.
Non si tratta di difendere una natura “contro” l’uomo, ma di riconoscere che viviamo all’interno di un unico sistema ecologico, fragile e interdipendente, di cui siamo parte attiva e responsabile.
Ostia, in questo senso, non è ai margini della natura, ma dentro uno dei suoi nodi più delicati. Un territorio di confine, tra mare e fiume, tra città e ambienti costieri, dove ogni scelta pesa più che altrove.
Forse il vero passo culturale da compiere è smettere di chiederci dove finisce la natura e dove comincia la città, e iniziare a riconoscere che viviamo dentro un unico sistema, fragile e interconnesso, di cui siamo parte attiva e responsabile.
Forse Ostia non ha bisogno di essere “più naturale”. Ha bisogno di essere guardata per quello che è: un ecosistema complesso, fragile, profondamente naturale e profondamente umano allo stesso tempo. Capirlo è il primo passo per smettere di consumarlo senza accorgercene.
di Aldo Marinelli del 10 febbraio 2026



