venerdì 16 novembre 2018
La mia Ostia
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Alessandro Romano, una vera eccellenza del nostro territorio

Alessandro Romano, nato a Roma nel 1944 è lo scultore vivente con più opere esposte nel Vaticano.



Entrare nel suo studio a Trastevere è come entrare in un museo, dove ripercorrere la sua carriera attraverso i prototipi, le resine e i modelli d’argilla.
“Sono nato a pochi passi da qui e da dove è nato mio padre: sin da bambino ho iniziato a fare argille. Ero la disperazione di mia madre perché rubavo i coltelli che tagliavano di più e che consumavo per scolpire pezzi di legno.” Così si presenta Alessandro seduto davanti ad una sua opera del periodo concettualista. “Dopo un paio di diplomi ho provato ad andare all’università ma ho lasciato perché era già arrivato il momento di decidere se fare arte oppure altro. La molla dentro di me era così forte e grazie anche a mia moglie, che ha accettato tutto, rinunciai addirittura ad un posto all’Enel dove ero progettista.”

Nel 1971 partecipa alla sua prima mostra, la quadriennale di Roma, e vince il premio Lupa Capitolina. Inizia con un tipo di figurazione che Alessandro definisce “strana” poi passa al concettualismo “perché mi sembrava quello che allora mi poteva rappresentare meglio. Poi sono entrato in crisi: dovevo fare una mostra con Achille Bonito Oliva a Madrid e pensai che questo tipo d’arte non mi riempiva: l’arte deve travalicare i secoli e io questa sensazione non l’avevo.”

Cosa è successo allora?
Ho fermato tutto e messo in discussione quello che stavo facendo. Ho cominciato a documentarmi seguendo un criterio: se Michelangelo ha lasciato un segno indelebile rimanendo sempre attuale ci deve essere stato qualcosa di diverso. Mi sono accorto di non essere un artista astratto ma figurativo al quale però l’immagine arrivava in un modo incredibile. Non copiavo nessuno, non avevo bisogno di citare nessuno.

Si era formato nel frattempo il gruppo de “La nuova maniera italiana” in cui Alessandro era l’unico scultore insieme a tanti pittori. “Nel 1986 fummo invitati all’ undicesima quadriennale di Roma. Portai Icaro, realizzato in 20 giorni: fu la scultura più votata ed un successo straordinario che mi fece vincere l’edizione.

Quando fu la prima mostra in America?
Nel 1986 fui invitato ad esporre le mie sculture: ne vendetti 33 su 35. Lì conobbi un gallerista di Toronto che mi propose un contratto per realizzare 15.000 opere. La proposta mi fece entrare in crisi: ero un giovane uomo con famiglia e due bambine. Poteva essere la svolta della vita, ma sono un idealista: i soldi servono per fare qualcosa, io non servo ad accumulare i soldi.
Passai con mia moglie una nottata a parlare ed arrivai alla conclusione che non mi sentivo di farlo.
Quando dissi di no, il canadese mi definì un pazzo. Ma il pazzo è lui che non sa cosa significa fare arte.. io non faccio bottiglie di coca-cola.

A trent’anni da questa scelta la rifarebbe?
Sì anzi ora la leggo in chiave diversa: se avessi detto sì forse non avrei fatto l’arte sacra.

Lo scudo di Achille è la sua opera più importante?

Alessandro Romano, una vera eccellenza del nostro territorio
Sicuramente tra le più importanti. Nasce nel 1988 ed è stata definita dalla critica internazionale una sorta di enciclopedia del mito. Volevo raccontare la romanità: la prima idea era realizzare lo scudo di Enea ma mi sembrava un’opera troppo banale. Poiché sullo scudo di Achille non esisteva nessuna immagine, tanto che anche Cellini non riuscì a realizzarlo, colto da una vena di incoscienza che ogni tanto mi invade, pensai a come farlo. Leggendo Omero e ricercando sui testi, le immagini mi sono arrivate. Ho immaginato lo scudo come una mappa celeste con 43 costellazioni e con una corona circolare che riguarda i sentimenti dell’uomo. Lo scudo si muove compiendo un giro completo mentre il sole rimane sempre fermo. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha realizzato su quest’opera un volume distribuito in tutti i licei italiani. Nel 1990 il Presidente della Repubblica lo ha comprato ed ora si trova nella scala del Quirinale.

Ha illustrato anche le confessioni di Sant’Agostino?
Iniziai a leggere il libro proprio mentre ero al mare ad Ostia, su una sdraio. In ogni capitolo mi si formavano una quantità di immagini irrefrenabile: mi feci prendere una penna e schizzai delle idee dietro una pubblicità dei Caraibi.

Nella descrizione di questo lavoro emerge come un artista si faccia sopraffare...
Con l’arte sacra cerco sempre di essere strumento dello spirito, uscendo dal mio corpo.

Come si sarebbe immaginato la statua di Sant’Agostino a Ostia?
Ritengo che quella che c’è ora sia banale e stereotipata, come se chi l’ha realizzata non conoscesse a fondo Sant’Agostino. Come rappresentarlo adesso non saprei dirlo perché l’ispirazione viene nel momento in cui si lavora. Certamente non l’avrei fatta così, perché è troppo poco, non racconta il santo. L’artista è un passe-partout che sintetizza in un icona tutta una serie di sensazioni importanti, per cui deve conoscere tutto ciò che sta per rappresentare. Poi come la realizzi è inspiegabile, è un dono che il signore ci fa.

Parliamo de “La croce spezzata”, opera che avuto un enorme successo all’esposizione di New York e che ti ha permesso di vincere un prestigioso premio come miglior artista presente all’esposizione?


Alessandro Romano, una vera eccellenza del nostro territorio

E’ la quinta opera che ho al Vaticano e sarà posizionata nel tesoro di San Pietro. Ha molto colpito anche il Cardinale Comaschi perché è un’opera incredibile. Per tanti anni mi ha interessato realizzare una crocifissione perché la storia dell’arte ne è piena. Forse però non comunicano più, non sono più contemporanee, mentre Cristo in croce è contemporaneo, basta guardare quanta disperazione c’è intorno a noi. L’ispirazione mi ha portato a non mettere il Cristo sulla croce ma dentro, perché la croce come Cristo è sofferenza. Poi mi sono sentito di spaccare la croce: apparentemente non aveva senso, nessuno lo aveva mai fatto. Teologicamente invece è un messaggio forte: Cristo morendo vince la croce e la croce si spezza, viene vinta.

Cosa significa quindi avere così tante opere al Vaticano?
Essere al Vaticano con quattro opere di marmo alte 6 m nelle nicchie di Michelangelo sul basamento della basilica di San Pietro, su cui ho lavorato per anni e che hanno suscitato l’interesse di molti, è qualcosa di sconvolgente tanto che tra me e me penso “Signore fammi diventare il tuo illustratore”.

Cosa è per te essere un artista?
Una cosa straordinaria, vivere un sogno per tutta la vita e poter fare qualcosa che ti piace. Morire di stanchezza su un opera ma esserne soddisfatti. L’arte è amore e senza amore non si fa nulla: l’arte è generosa

Ci puoi raccontare la storia della scultura per la caserma 4 novembre di Ostia?

Alessandro Romano, una vera eccellenza del nostro territorio

Il presidente del municipio di allora, Vizzani, mi chiese di realizzare un’opera per la Guardia di Finanza. Studiai quella che poteva essere un’icona e pensai al grifone che artiglia il tesoro guidato da un araldo con un vessillo su cui era scritto Nec Recisa Recedit. L’opera ebbe molti consensi ma purtroppo non si realizzò mai, anche se era un mio dono.

Qual è il tuo legame con il nostro territorio?
Ho sempre vissuto ad Acilia, ci arrivai all’età di sette giorni. Pensa che l’argilla che usavo da bambino la prendevo proprio alle piane del Tevere vicino casa. Ostia è sempre stato il nostro mare.



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