La moria dei pini a Ostia e il clima globale: perché guardiamo il dito e non la Luna?
Di chi è la colpa se i pini di Ostia stanno morendo: del Comune? Della cocciniglia? O del fatto che ci ostiniamo a curare un raffreddore mentre la casa va a fuoco?
Guardiamo tutti il dito. È un classico umano, un riflesso condizionato da cui non riusciamo a liberarci. E a Ostia — ma diciamolo, un po’ in tutta Italia — il "dito" oggi ha le sembianze di un pino domestico che perde gli aghi, annerisce e muore.
Basta farsi un giro sul lungomare, tra le vie della città o leggere i commenti sui Social per sentire i capannelli di persone inferocite: "È colpa dei trattamenti fatti in ritardo!" "No, è colpa della cocciniglia tartaruga!" "Servono le potature, anzi no, servono le iniezioni nel tronco!"
Sia chiara una cosa: chi scrive vive a Ostia, all'ombra di questi alberi ci è cresciuto e li ama profondamente. Vederli morire uno dopo l'altro è un pugno nello stomaco e il dolore per il nostro patrimonio verde è autentico. Ma proprio perché tengo a questi pini, rifiuto l'ipocrisia di chi finge che il problema finisca sui marciapiedi del nostro quartiere.
Pretendere di salvare gli alberi ignorando il contesto in cui li stiamo facendo soffocare non è amore per la natura: è solo un anestetico per la nostra coscienza.
Ci accaloriamo, protestiamo, scriviamo post indignati su Facebook per la singola chioma che si secca. Ci trasformiamo tutti in botanici da marciapiede, convinti che risolto l'attacco del singolo parassita avremo restituito l'equilibrio al mondo.
Che sollievo, vero? Come ci fa sentire bene pensare che il problema sia solo un insetto molesto e una burocrazia lenta.
C'è un equivoco colossale in cui siamo cascati negli ultimi vent'anni: abbiamo scambiato l'amore per gli animali domestici e la cura del verde urbano con la sostenibilità. Ci indigniamo a morte se qualcuno sfiora un albero o se non raccoglie la cacca del cane, battiamo i pugni sul tavolo pretendendo la "tutela dell'ambiente", per poi prendere l'auto anche per fare 200 metri, fare tre viaggi in aereo all'anno, consumare tonnellate di plastica monouso e acquistare fast fashion come se non ci fosse un domani.
Avere il cuore che batte per il proprio cane o soffrire per il pino della via non fa di noi degli ambientalisti. È solo affezione verso ciò che ci circonda.
La vera sostenibilità richiede un cambio di sistema che mette in discussione le nostre comodità quotidiane, non una semplice firma su una petizione online per salvare due alberi mentre lasciamo il motore acceso in doppia fila o il condizionatore "a palla" tutto il giorno.
La Luna, in questo scenario, è una verità tanto evidente quanto sgradevole: quei pini non stanno morendo solo per un parassita. Stanno soccombendo perché sono piantati in un ecosistema che abbiamo già sconvolto.
Proliferazioni di parassiti mai viste prima, estati che sembrano gironi danteschi, periodi di siccità prolungata che indeboliscono le piante fino a renderle prede facili: la cocciniglia è solo l'esecutore materiale di una condanna che abbiamo firmato noi.
Ma ammetterlo vorrebbe dire alzare lo sguardo dal nostro orticello e guardare i dati.
E i dati, purtroppo per il nostro sonno, fanno una paura fottuta: secondo lo Stockholm Resilience Centre, la Terra possiede 9 confini ecologici fondamentali per garantire la stabilità della civiltà. Ne abbiamo già superati 6 su 9, tra cui il cambiamento climatico, l'integrità della biodiversità e l'uso dell'acqua dolce. Non siamo al limite: siamo già sbandati fuori strada.
L'ultimo report dell'IPCC (il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dell'ONU) parla chiaro: superare la soglia critica di +1,5/+2 °C rispetto all'era preindustriale innescherà "punti di non ritorno" ecologici (tipping points). Parliamo del collasso delle grandi foreste o del disgelo del permafrost, eventi irreversibili su scala umana che rischiano di verificarsi proprio nei prossimi 20-50 anni.
Il termometro globale non è un'opinione: gli ultimi dieci anni sono stati in assoluto i più caldi mai registrati nella storia delle misurazioni.
Per una pianta, due gradi in più d'estate e un inverno privo di gelate non sono "un bel tepore", ma la cancellazione del proprio ciclo biologico.
Non è il pianeta a rischiare la fine — la Terra sopravviverà benissimo senza di noi, come roccia che gira nello spazio — siamo noi che stiamo bruciando la nostra data di scadenza.
Eppure, eccoci qui. Si litiga per le determine dirigenziali sul verde pubblico, mentre a livello globale continuiamo a consumare, inquinare e rimandare.
È rassicurante prendersela con l'assessore di turno: ci evita di dover pensare che forse la nostra auto, i nostri consumi e il nostro sistema economico sono la vera causa di quell'albero morto.
Di fronte a un conto alla rovescia di pochi decenni, la reazione umana media oscilla tra due estremi ugualmente inutili: il negazionismo comodo ("Ma sì, fa caldo da sempre") e la paralisi da eco-ansia ("Ormai è tardi, stappiamo il vino buono").
Ma se davvero abbiamo solo una manciata di decenni prima che le proiezioni dell'IPCC diventino cronaca quotidiana, come si affronta una situazione del genere senza impazzire?
La risposta non è rassicurante, ma è semplice: smettendo di trattare la sostenibilità come una scelta di stile di vita individuale e iniziando a trattarla come un'emergenza di sistema.
Pensare di salvare il pianeta ricordandosi di chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è un'altra forma di "guardare il dito". Le azioni individuali contano, ma quello che serve ora è pressione politica spietata. I prossimi 20-30 anni devono vedere la decarbonizzazione forzata dell'energia, la fine dei sussidi ai combustibili fossili e la riconversione industriale. Non per bontà d'animo, ma per sopravvivenza.
Il pino che muore a Ostia ci sta dicendo che la natura attorno a noi cambia più velocemente delle nostre burocrazie. Nei prossimi decenni non dovremo solo "ridurre le emissioni" (mitigazione), ma riprogettare radicalmente il modo in cui viviamo nei territori: dall'efficienza idrica estrema alla riforestazione con specie più resistenti ai nuovi climi.
Finché misureremo il benessere di una società unicamente sulla crescita del PIL — cioè su quante risorse riusciamo a estrarre e consumare nel minor tempo possibile — saremo sempre sulla strada sbagliata. Ridurre i consumi non significa tornare alle caverne, ma passare da un modello estrattivo a un modello circolare, dove il valore sta nella durata e nella rigenerazione.
I decenni a nostra disposizione non sono molti, ma sono sufficienti per cambiare rotta, a patto di smettere di usare la lente di ingrandimento dove serve un telescopio. Salvare il pino sotto casa è importante, ci mancherebbe. Ma se non capiamo che quel pino è la spia del carburante di una macchina lanciata a 200 km/h verso un muro, avremo curato l'albero giusto nell'epoca sbagliata.
È ora di smettere di fissare il dito. La Luna è lì, ci guarda, e il tempo per evitare l'impatto si misura ormai in anni, non in ere geologiche.
di Aldo Marinelli del 31 luglio 2026



