mercoledì 3 marzo 2021
La mia Ostia
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Gioia Padroni

Ho conosciuto Gioia durante una mia mostra itinerante. E’ stato subito feeling, quello che scatta tra persone che la pensano in maniera simile. L’ho incontrata poi più volte a varie manifestazioni e sono andata a sentirla cantare con il coro di Ambrogio Sparagna di cui fa parte, durante la commemorazione di Pier Paolo Pasolini presso la LIPU.


Gioia Padroni


Sapevo che la sua storia mi avrebbe incuriosito, ma mi ha anche in alcuni momenti commosso.
Rimasta vedova, è rinata grazie all’avvicinamento al canto, che le ha permesso di far parte di un gruppo, di girare per l’Italia e partecipare a molti concerti.



Ciao Gioia finalmente riesco sentire la tua storia: dove sei nata?

Sono nata a Porta Pia, a Roma, nel 1943 e sono arrivata a Ostia a due anni, nel 1945. Mio papà viveva fino a quel momento con mia mamma ed i suoceri che venivano dalla Toscana. Decise di venire qui per creare un vero nucleo familiare: all’inizio vivevamo in un garage senza neanche i servizi, nel parcheggio dell’attuale Hotel Sirenetta.


Gioia Padroni
Il garage antistante l'Hotel Sirenetta

Lì c’era il comando dei nazisti che poi divenne quello degli Americani. Ho un ricordo di divise che giravano. Ho vissuto benissimo lì, in quell’unica stanza, con un piccolo braciere al centro per riscaldarci. Io e mamma andavamo a comprare il carbone a via dei Fabbri Navali. Li c’erano un carbonaio, una latteria e due calzolai. Mi ricordo i mucchi di carbone per terra e lo stranissimo odore che c’era, poiché vendeva anche la soda e la pomice in polvere in pacchetti. Si usavano per lavare i piatti al posto dei detersivi, insieme all’acqua scolata della pasta: non si buttava mai nulla.
Anche se avevo due anni ho dei ricordi flash, come per esempio i piatti di coccio di mamma e papà che costruiva le scope di saggina.

Poi dove hai abitato?


Ci trasferimmo in viale della Pineta di Ostia n.56 al terzo piano, senza ascensore e senza riscaldamento, in affitto a 4000 lire al mese.


Gioia Padroni
La casa in viale della Pineta di Ostia

Papà era stato riassunto dalla Breda, che durante il periodo di guerra aveva chiuso e nascosto i macchinari, per evitare che i tedeschi li usassero per farci delle armi. La Breda divenne Stima e poi Meccanica Romana e papà era un fonditore che costruiva vagoni ferroviari. Quei pini intorno a Cineland li ha piantati mio padre. C’erano anche tantissimi pioppi, ma in un periodo di crisi li hanno venduti per fare la carta.

Che ricordi hai della tua infanzia?

Ho avuto un’infanzia meravigliosa: di fronte casa avevamo la pineta, l’attuale parco di via Pietro Rosa. Qui andavamo tutti a giocare. Mi affacciavo sul balcone e chiamavo le mie amichette Carla, che abitava nel palazzo azzurro accanto al mio, e Andreina che invece stava al piano di sotto. Facevamo i vestiti con le foglie del pioppo e le legavamo con gli aghi di pino.


Gioia Padroni


Ho imparato ad andare in bicicletta grazie a Marcello che aveva il negozietto di bici che ancora è lì, gestito ora dal figlio, credo. Non avevo una bici mia ma la affittavo da loro: ogni volta che si entrava in quel negozio sentivi cantare qualcuno, che bello che era.
Ricordo i soldati polacchi che si lavavano alla fontanella di Piazza Cesario Console anche in pieno inverno.


Gioia Padroni


Sempre in quella piazza ci abitavano un comandante americano dove mia mamma andava a lavorare per fare le pulizie. Le regalava la cioccolata per noi.
Da casa andavamo sulla spiaggia del Curvone, che però era molto più grande di adesso. C’era molta più sabbia, perché adesso il mare è avanzato. Sempre qui c’erano due bunker, in cui entravo per giocare. Uno dei due stava dove ora c’è la rotonda del curvone.
Insieme a Carla poi andavamo a prendere il rosmarino e i ciclamini a Castelfusano: cercavamo di venderli. L’unica volta che riuscimmo fu quando li acquistò il proprietario olandese della villa sopra la gelateria Glauco.

Dove sei stata a scuola?


Ho frequentato la prima elementare dalle suore di Corso Regina Maria Pia. Dalla seconda alla quarta nell’unica scuola che esisteva, la Garrone, mentre la quinta dalle suore di Santa Chiara.
Formavamo un gruppetto di ragazzini e ci andavamo a piedi. Poi ho frequentato i corsi di avviamento professionale alla Marco Polo.
Per la scuola superiore fu un problema perché ero molto timida: scegliemmo il diploma come stenodattilografa. Prendevo il treno da Lido centro ed arrivavo a Piramide, poi andavo a piedi fino all’Aventino.
Nel 1945 quando ci trasferimmo qui, il trenino si fermava ad Acilia, perché la Stazione di Ostia era stata appena bombardata. Poi da lì si arrivava a piedi fino a casa. Mi ricordo anche le saline, grossi mucchi bianchi, tra Ostia Antica e d Acilia.

Quali lavori hai fatto?

Il primo lavoretto fu proprio ad Ostia: facevo pupazzi di panno lenci presso la signora Biviali, a Stella Polare. Eravamo in 4 e si realizzavano per le feste, come la Pasqua. Si guadagnava però così poco che iniziai a lavorare per un centro di produzione cinematografico, e puoi pensare alla mia timidezza davanti agli attori e registi. Qui dattilografavo tutti i copioni.
Successivamente ho lavorato presso la Standa di Via Cola di Rienzo, poi come babysitter ma non avevo molta pazienza con i bambini. Finalmente mi offrirono un lavoro presso una tipografia di Roma, gestita da un ebreo reduce dei campi di concentramento. Qui sono rimasta per 15 anni, anche quando si trasferirono a Pomezia. Ho dovuto comprarmi la macchina appositamente, perché coi mezzi era impossibile arrivarci.
Quando sono nati i miei due figli ho smesso di lavorare per qualche tempo, per poi ricominciare in tintoria con mia sorella. Avevamo aperto l’attività in via Antonio Scaparro: durò circa 10 anni.
Nel frattempo mi ero trasferita in via Piola Caselli. Dopo la tintoria abbiamo avuto una pizzeria all’Infernetto e poi un bar ad Ostia Antica.

Hai vissuto anche ad Ostia Antica?


Ci abitava mia nonna, quindi ci andavo in vacanza. Per me abitare al borghetto era meraviglioso. Giocavamo a nascondino fino a mezzanotte, liberi. Per qualche mese ci ho anche abitato perché mia sorella aveva preso la poliomelite, uno dei 6 casi che toccarono Ostia prima dell’avvento del vaccino. Mamma doveva andare in ospedale a Roma e quindi era più comodo stare li. Mia sorella aveva 8 mesi ma per fortuna non gli è rimasto nessun segno esteriore, al contrario degli altri che rimasero storpiati. In quel periodo andai a scuola dalle suore di Ostia Antica, perché mia zia, aspirante suora, mi fece entrare.

La tua adolescenza a Ostia?


Grossi centri di aggregazione a Ostia non c’erano. A 14 anni mi ricordo che andavamo a seguire la messa a Regina Pacis e poi con 10 lire vedevamo un film al Cucciolo. Sempre lì, con Padre Picchi e con Rita Lesti facevo l’aspirante animatrice, nelle colonie della chiesa.
Poi ogni domenica si ballava a casa di qualcuno: si faceva una colletta di 50 lire per comprare da mangiare. Le ragazze per bene però dovevano tornare a casa alle 1930.

Che ricordi hai di Ostia?


Tutti belli, mi sono trovato sempre bene con la gente.
Mi ricordo un episodio, legato alla circoscrizione, dove una volta c’era il pronto soccorso. Era il 1949, e ad Ostia venne la flotta Italiana, con l'incrociatore Montecuccoli, ormeggiato al largo. Eravamo saliti con mamma e mia zia sulla nave grazie a delle barchette che ci avevano preso sulla spiaggia. Ma rimanemmo tutto il pomeriggio lì e nessuno ci riportava indietro. Mio papà andò in circoscrizione a chiedere come mai non tornavamo indietro, finalmente ci riportarono e ci lasciarono al borghetto dei pescatori.
Mi ricordo anche i carri mascherati di carnevale e l’ultimo vestito che cucì mia nonna era Biancaneve.
Viale della Pineta era la strada dei cantanti: ci vivevano Giacomo Rondinella e Claudio Villa. Quest’ultimo viveva sopra al circolo Enalc.
Mi ricordo quando Giorgio Iorio insieme a Pier Paolo Pasolini crearono Affabulazione. Era un luogo degradato delle case popolari ed insieme ai volontari lo tirarono su dall’idea di Pasolini, un’idea di cultura molto ampia. E’ stata la prima forma di aggregazione culturale del territorio.


Gioia Padroni
Gioia davanti alla stazione Stella Polare

Potresti allontanarti da Ostia?


No! Mi sembra che solo questa sia casa mia!

Sei legata anche al mare?


Il mare è imprescindibile per me. Mamma faceva la bagnina al Lido: puliva e consegnava le chiavi della cabine, assegnava gli ombrelloni. Ci portava con lei: li ho imparato a nuotare da sola.

Hai visto trasformare Ostia?

Non ci sono più negozi, solo supermercati. Non ci sono più quelle belle botteghe dove si vendeva la pasta con la carta azzurra, dove si dialogava, c’era una comunicazione che adesso è negata anche da questi cellulari che ti portano a non guardarti neanche attorno.
I palazzi sono troppi perché siamo diventati tanti, forse si poteva costruire in modo differente. La vedo sporca, ma ciò dipende da noi. Chi butta le cicche per terra? Se trovo il secchione dell’immondizia pieno ne cerco un altro! La maleducazione delle persone è veramente diventata insopportabile, non solo a Ostia.
Mi ricordo l’occupazione delle casa di Nuova Ostia, quando da Roma li mandarono qui, nel 1972. Fu una grossa rivoluzione e si aveva paura di andare da quella parte. Le persone migliori però le ho conosciute da quella parte.

Una parola per descrivere Ostia?

La famiglia, le radici.

Intervista rilasciatami di persona il 17 giugno 2015



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