martedì 14 agosto 2018
La mia Ostia
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Giorgio Jorio

L’incontro con Giorgio Jorio è uno di quelli che difficilmente puoi scordare, già appena varcata la soglia di casa. Le sue opere appese alle pareti, il suo atelier in giardino e quell’odore di vernice mista a colla trasportano immediatamente nel suo mondo. La sua capacità di affabulatore ti proietta nella sua vita e nelle sue storie, tantissime, che mi racconta col cuore in mano.


Giorgio Jorio


Ciao Giorgio, ti ringrazio per questa grande possibilità di poter sapere qualcosa in più su di te. Sei nato a Ostia?

Sono romano trasteverino, classe 1939, arrivato ad Ostia nel 1970, in un cambio completo della mia vita. Avevo questa casa dei miei genitori a Stella Polare che nessuno usava perché pied a terre per il mare.

Quindi sei sempre venuto qui d’estate?

Nell’immediato dopoguerra mia madre, svizzero-tedesca, ci portava a fare il saluto dell’anno nuovo col bagno del 1 gennaio, come tradizione celebrata da lei nel lago di Zurigo. Mi ricordo questa sensazione bellissima e molto ben organizzata da mamma, con gli asciugamani tenuti coperti ed il thermos contenente l’orzo ben caldo. Mantenemmo quest’usanza fino ai 14 anni, insieme ai miei 3 fratelli: il luogo era sempre La Spiaggetta, anche allora un varco libero al mare tra il Delfino ed il Belsito. Era un po’ sporco ma meno di quanto sarebbe oggi se fosse abbandonato.
Da adolescente poi venivo qui quando facevo sega a scuola, cioè molto spesso. Ho frequentato il Liceo Classico Mamiani, ma al terzo anno fui espulso, poiché in quel periodo la politica a scuola era vietata. Partecipavo agli accadimenti del mondo come quelli che avvenivano in Ungheria, che mi avevano particolarmente colpito. Esistevano delle spinte umanitarie e quindi collaboravo alla raccolta fondi per la popolazione. Chiesi il permesso al preside di farla a scuola, ma si rifiutò. Io la feci ugualmente.
Feci il privatista e passai al Dante, ma anche qui fui espulso per uno sciopero bianco, per la denuncia di uno stato di pulizia della scuola molto precario. Dopo innumerevoli richieste senza risposta decidemmo di alzarci all’entrata dei professori ma di non sederci e rimanere tutti in piedi e muti, senza rispondere all’appello. La cosa riuscì bene ma diede fastidio e gli organizzatori, tra cui io, furono allontanati per 20 giorni: decisi di non rientrare. Recuperai nuovamente l’anno e mi diplomai, e poi frequentai due anni di Università. Nel frattempo avevo iniziato a lavorare, mi sposai giovanissimo ed ebbi due figli.

Che lavoro facevi?

Un lavoro tremendo, bruttissimo: ero un imprenditore nel ramo assicurativo. In quei dodici anni soffrii moltissimo la competizione, il clima di ricatto e di sotterfugio, di furbizie e d’avidità di quell’ambiente.
Già allora avevo maturato, ahimè, l’idea di diventare comunista che però era inconciliabile con quel mondo, per lo più di destra profonda. Per fortuna le vicende della mia vita mi hanno aiutato: mia moglie mi ha mandato giustamente a quel paese, non davo grandi speranze di futuri luminosi. Questo mi ha liberato da un mondo che non era il mio, portandomi ad Ostia.

Cosa è successo qui a Ostia?

Qui la mia vita prese un nuovo indirizzo, molto meno agiato, se non addirittura povero. Inizialmente feci il consulente nel campo assicurativo, ma la cosa non mi piaceva. Scelsi allora di fare il pittore a tempo pieno con un commerciante d’arte. Nel frattempo iniziai a vivere con una giovane deliziosa con cui ho avuto un figlio, ma che con me ha fatto la fame. Il commerciante d’arte era infatti molto intelligente, mi dava il minimo indispensabile per campare, prendendosi tutta la produzione e dandomi una percentuale sul venduto che però io non potevo controllare. Quando iniziai a fare quadri sui movimenti sociali e rivoluzionari o sulla questione femminile iniziò a rompermi le scatole perché aveva poca possibilità di vendita. Mi invitava a dipingere vasetti di fiori, paesaggi ma che mi venivano ogni tanto. Lo mandai a quel paese e iniziai a fare tutti i mestieri possibili, come il lavapiatti o il trasportista specializzato dei fragili, una professione altamente retribuita. Lavoravo per una piccola impresa di trasporti che stazionava di fronte alle giostre di Piazza della Stazione Vecchia, gestita dai compagni iscritti al partito della sezione Ostia centro. Fornivano lavoretti al nero a chi era disoccupato.
Nel frattempo dipingevo ciò che volevo e vendevo un po’ col mercato del passaparola, sia ai compagni che ai borghesi, in quanto cominciavo ad avere un mio stile personale. Non provenendo dalle Accademie dovevo inventarmi tutto, sperimentare ciò che era possibile.
La mia compagna cominciò a chiedere qualcosa di più serio e allora cominciai a fare tutti i concorsi possibili ed immaginabili. Ne vinsi uno di precariato alla Regione Lazio sulla formazione professionale. Erano gli anni ‘80 e fui assunto all’ex Enalc Hotel, dove per 5 anni venivo assunto a settembre e licenziato a maggio.

Qui cosa facevi?

Arrivai nell’epoca della Riforma della formazione professionale, quelle vere riforme migliorative che una volta si facevano. Luigi Cancrini, un grande psicologo e psichiatra, una persona che sapeva il fatto suo, volle dare una nuova veste alla formazione professionale, fino ad allora poco più di un apprendistato in cui si formavano dei lavoratori senza coscienza. Introdusse la formazione del lavoratore, nella sua dignità inventandosi materie di teoria. A me affidò il settore delle informazioni socio-economiche. Bisognava far conoscere ai ragazzi la costituzione, i diritti del lavoro, l’igiene. Non avevo nessuna esperienza e questa materia non esisteva, non c’erano neanche i libri. Mi inventai il percorso interamente ed il primo libro usato l’ho scritto io. Era una materia affascinante, un campo nuovo da affrontare con ragazzi che venivano dalle medie ma che era un materiale di risulta, quelli a cui si consigliava di fare indirizzi formativi. Era la peggiore feccia delle scuole ma che in realtà era un articolato umano veramente interessante. C’erano dei giovani a cui consigliavo di fare il liceo, perché erano geni. Alcuni di questo sono diventati poi professori. Ricordo in particolar modo un ragazzo vivacissimo, di un’intelligenza chiara e con un’autonomia di pensiero straordinaria, tanto che io e lui eravamo sempre in conflitto dialettico. Non riuscivo a capire perché stesse li, e parlando coi genitori consigliai loro di mandarlo al classico. Questo ragazzo l’ho rincontrato che faceva teatro di strada, entrò in Affabulazione ed adesso si trova a Dubai in una delle più grandi compagnie di teatro da strada del mondo.
Alla fine del 5 anno mi tolsero l’insegnamento perché si accorsero che io avevo i titoli per insegnare ma non il livello, che doveva essere il 7°, mentre io ero stato assunto al 4°. Mi misero in uno sgabuzzino nel sottoscala dell’Enalc a fare nulla, un po’ anche perché avevo rotto le scatole col movimento dei 120 precari e non ero simpatico a molte persone.
Quando poi il capo del personale andò in pensione, nessuno tra i dipendenti si propose ed io accettai. Sono rimasto lì fino alla pensione, sempre al 4° livello, non avendo mai fatto concorsi interni ne scalate di livello.

Come hai iniziato a occuparti di cultura qui a Ostia?


Qui ad Ostia la mia vita sociale è iniziata sin da subito: come comunista nella sezione centrale di fronte al Municipio, comprata dai compagni ma ormai purtroppo venduta, ma soprattutto nel settore della cultura verso il quale ero portato, per convinzione.
Sono sempre stato sicuro che il primato vada dato alla cultura, senza la quale non si può fare politica. Se il popolo non è colto, non recepisce nulla. Dal primo momento iniziai a curare la parte spettacoli nelle feste dell’Unità e inventandomi iniziative culturali con i giovani della FGCI.
Non essendo molto gradito dai quadri intermedi del Partito, fui pian piano deviato verso Nuova Ostia che aveva bisogno di Cultura. Lì c’era molta più libertà anche se non capivano cosa stessi facendo: c’erano compagni tosti ed operai che mi dicevano: “Che cos’è sta cultura? A che serve? Quando devo costruire prendo i mattoni e faccio le case. Tu che fai: le poesie? Che ci fai con le poesie?”
Non riuscivano a capire ma fu una bellissima esperienza dove vennero avviati molti laboratori come l’Officina per l’Arte del 1974 seguita da tantissimi ragazzi. In quegli anni c’era un gruppo di intellettuali come Flammia, Marcomeni, Rosati e Gizzi che venivano in questi locali occupati a fare attività.

Com’è nata la tua amicizia con Pier Paolo Pasolini ed il progetto di Affabulazione?

La storica occupazione del 1972 delle Case Armellini fu veramente straordinaria. La potenza organizzativa della sezione di Nuova Ostia di via Baffico permise a 1340 famiglie l’occupazione in una sola notte. Per me è stata la cosa più entusiasmante, faticosa e difficile che abbia mai fatto.
Per prudenza e per paura si fece però l’errore di suddividere le famiglie nelle case in “etnie”(i baresi, i pugliesi, i sardi) e nelle varie borgate di Roma da dove provenivano. Questa divisione non creò una amalgama ma consolidò la separazione che portò a vere e proprie sparatorie da un palazzo all’altro.
Il degrado culturale, etico e sociale era veramente preoccupante. Con tutti i compagni ci riunivamo per capire come si potesse fare. Veniva alle riunioni anche Don Sardelli, che con la sua esperienza nelle borgate si inventò la soluzione. “Chiamiamo Pasolini, che è un grande artista, scrittore illuminato che sa vedere le cose e sa indicare le soluzioni a problemi come questi”. Lo chiamo riferendogli il problema. In quell’epoca era impegnato a girare in Africa il film “Il fiore delle mille e una notte”. Ordinatissimo nella sua agenda, che si curava da solo, trovò gli spazi per venire e fissò un calendario di parecchi giorni. Nell’ottobre del 1974 cominciò a girare per ascoltare e capire quale fosse il problema e andò avanti fino a marzo del 1975: viaggio che io seguii, fatto di interviste con il suo metodo maieutico che conosciamo bene, di tirar fuori dal popolo quello che aveva dentro per scoprire quale fosse la sua necessità e dare una risposta e delle soluzioni. A Nuova Ostia esistevano dei luoghi proibiti a tutti, anche ai comunisti. Erano i luoghi della piccola malavita che si stava organizzando: Pier Paolo fu accolto anche lì e parlò e fece parlare i piccoli scippatori, i truffatori, gli iniziali strozzini.
Dopodiché si fece un’assemblea pubblica dove lui tirò le conclusioni di questo viaggio. Egli disse ai comunisti ma anche al prete della chiesetta nei garage occupati: “Avete fatto un lavoro bellissimo perché qui non c’era nulla, siete riusciti ad avere i marciapiedi, l’asfalto, la scuola Guttuso, avete portato qui la seconda biblioteca comunale a via Forni, avete risposto ai beni primari, anche se manca ancora un punto di riferimento sanitario. Ma quello che manca sono dei luoghi di incontro, di cultura e di socialità”. Qualcuno di noi pensò ai centri sociali ma lui rispose che quel tipo di aggregazione aveva finito la sua funzione salvifica e storica, perchè erano diventate delle isole felici di una certa parte del pensiero e della cittadinanza, ma parlandosi esclusivamente tra loro non servivano più a niente. Dovevano essere dei luoghi aperti alla città e a tutti, dei luoghi non diretti verticalmente ma autodiretti e autorganizzati. Disegnò quello che diventò 17 anni dopo il centro socio culturale di Piazza Agrippa, il cui statuto e i principi fondativi furono fatti sulla relazione di Pasolini, che io e altri compagni avevamo appuntato durante l’assemblea.
La mia vita è quindi trascorsa nell’impegno e nella cultura, sghembo e zoppicante rispetto a quello della politica, che non capì questo impegno, in quanto affermavamo che la cultura doveva essere libera, un progetto, come ci aveva indicato Pasolini, metapolitico, che non significava apolitico ma al di sopra e al di sotto della politica. Un percorso diverso da quello della politica, che può incontrarsi con essa, ma casualmente o volutamente in certi momenti, ma che non deve marciare sullo stesso piano.

Ancora oggi lavori su questi principi?


Dal 2010 sono uscito da Affabulazione. Per 4 anni ho svolto alcune iniziative ed ora con un piccolo gruppo di giovani abbiamo buttato giù un manifesto, una linea di indirizzo. Questa “Rivoluzione gentile” si è concretizzata in “Hic manebimus optime” alla Spiaggetta che sia a maggio che a settembre ha proposto e proporrà un calendario di artisti locali e di iniziative di uno dei più bei territori di Roma.
La mia idea è sempre stata quella di conquistare luoghi per fare cultura, luoghi che sul nostro territorio esistono, sempre che ci sia la volontà politica per riportare in maniera nuova quello che era il progetto di Pasolini, che come per tutte le sue cose, non invecchia mai, sta sempre avanti.

Approvi la mia cultura del bello?

La cultura del bello va sempre portata avanti, perché è trainante. Un esempio sono stati i giardini di Piazza Agrippa che erano uno sterrato orribile. Proposi come impegno personale quello di spazzare e pulire tutti i giorni: all’inizio mi risposero a cosa servisse, ma pian piano quelli del palazzo ci aiutarono, poi Paolo il giardiniere propose di mettere l’erba. Divenne uno dei più bei giardini di Nuova Ostia, anche se purtroppo ora è di nuovo allo sfascio. Se tu crei il bello, questo è trainante e tutto diventa bello. Se tu fai vedere solo il brutto non ottieni nulla.

Quando morì Pasolini fosti tra i primi ad accorrere nel luogo del delitto?


Erano le 6,30 del mattino ed eravamo in sezione a preparare la diffusione straordinaria di quel giorno. Da sopra la sezione Bellini mi chiamò urlando. “Hanno ammazzato il tuo amico, quello scrittore, quel ****! Sta all’Idroscalo”. Io e Grottola ci muovemmo immediatamente: avevano già messo una recinzione molto, troppo ampia e non si vedeva nulla. Lui conosceva bene la zona e quindi riuscimmo, passando dietro le case dei pescatori, ad arrivare dove c’era il corpo, ancora scoperto. Eravamo a 6/7 metri da lui e purtroppo lo vidi: fu uno spettacolo orribile. Osservai anche le condizioni del campo in cui era stata assassinato: non era difficile capire che li c’era stato un branco di persone che l’avevano attaccato, inseguito e bastonato. Dissi questa cose anche in tv ma nessuno mi ha mai chiamato per fare una testimonianza.

Cosa hai capito in quel momento?

In quel momento ho capito quanto Pasolini avesse ragione, quanto ci fosse bisogno di un soprassalto della cultura nel territorio ed in tutta Italia. La barbaria che si era perpetrata in quel momento era frutto dell’anticultura che esisteva nel paese. La continua denigrazione di un artista come Pier Paolo solamente solo per le sue scelte sessuali, la denigrazione delle sue opere d’arte che venivano accusate di offesa contro la religione di Stato. E’ stata una persecuzione dell’ignoranza che veniva accolta da gruppi selvaggi come quelli che l’hanno assassinato.

Come identifichi la parola cultura?


Per me cultura è un modo di fare, di elaborare pensieri ed azioni in un comportamento. Non è un qualcosa di qualificabile in maniera esatta. Cultura è per esempio l’arte del seminare del contadino, che è una somma di esperienze che danno quei risultati, che sono nel fare e non nel dire.

Cos’è Ostia per te?

Ostia è diventata la mia seconda patria, perché ho lavorato soprattutto a Nuova Ostia che era come la Trastevere del Dopoguerra, la mia prima patria. Mezza scassata, bombardata, piena di piccola delinquenza, teppisti e gente rattoppata. Ha costituito la mia continuità tra due periodi felici, eliminando il periodo imprenditoriale che costituisce la macchia della mia vita.

E’ stata la tua rinascita?

Qui mi sono realizzato, facendo quello che volevo fare e che so fare. E’ ancora la mia città ideale, perché ci credo ancora. Ostia ha la mentalità dell’isola e come sempre accade nelle isole, qui vengono fuori le idee migliori perché non c’è la comunicazione con i grandi centri. Le cose più belle avvenute a Roma, sono di Ostia. Le prime cooperative sociali, come la Futura, i primi centri socio-culturali aperti coma Affabulazione, che si contrapponevano alla vecchia idea dei centri sociali.
Un centro come quello non poteva nascere a Roma, tanto che fu molto criticato dai centri storici, dal Leoncavallo ai 99 Posse. Eravamo considerati una retroguardia del movimento culturale. Per loro eravamo un arretramento, dei traditori delle loro rivoluzioni. Il loro errore fu di considerarci arretrati, mentre in realtà eravamo un’avanguardia, superavamo le isole felici per buttarci in un mare aperto.
Questa condizione dell’isolano mi affascina sempre tanto, questa autonomia dei veri Ostiensi. La piccola distanza da Roma, diventa una grande distanza per i collegamenti ma è stato un bene per l’originalità del pensiero ed un male dal punto di vista politico perché spesso dimenticata.
Una delle cose che mi fa imbestialire è quando si parla della vocazione turistica di Ostia: i primi abitanti certo non pensavano al turismo, mentre quelli che furono vomitati qui dalla città non ne hanno avuto nessuna cognizione.
Chi ha quindi questa vocazione? Ostia è stata un quartiere dormitorio, poi un quartiere che ha un po’ vissuto ed ora un quartiere come tutti gli altri, solo che per coincidenza sta sul mare.


Giorgio Jorio


A proposito di mare, come lo vivi?

Io in realtà sono un montanaro, perché per condizioni fisiche, avendo avuto la tubercolosi, al mare non ci potevo andare. Dovevo stare in mezza collina, dove ho trascorso tutta la mia infanzia in vacanza (Montecompatri, Rocca Priora, Amatrice). Da maggio ad ottobre mi spedivano in casa dei contadini e poi a 18 anni nelle Dolomiti dove mia madre col suo tedesco ebbe la cittadinanza onoraria del paese di Villabassa nel Sud-Tirolo. Sono guarito completamente dalla TBC anche se ora le vernici e soprattutto le colle mi mandano in dispnea. Del mare in realtà ho paura, perché quando entro in acqua e ci sono onde sono sempre terrorizzato. Però per assurdo mi piace il mare al largo e quindi una volta prendevo il pattino e mi facevo sempre il bagno rigorosamente lì attorno.

Quali sono gli odori di Ostia?

Ostia è una coppa di odori straordinaria, così come per i colori. Nel mio giardino c’è una sommatoria di odori che va dalla salsedine all’odore della resina dei pini, dal profumo del pane appena sfornato al mio gelsomino.
Vado sempre al mare la mattina presto a fare la mia immersione. E li respiro gli odori che non sono mai uguali perché cambiano col mutare del vento. La particolare posizione di Ostia fa in modo che ci siano venti di tutti i tipi, e ciò cambia anche i colori. Ostia ha l’odore di Ostia, che è irripetibile.

Per te che sei un pittore, i colori sono fondamentali, sono sempre molto accesi nelle tue opere?

Il colore acceso delle mie opere proviene da una folgorazione di una mostra che vidi a Firenze del più grande muralista che conosco, David Alfaro Siqueiros. I suoi murales dai colori forti e potenti mi colpirono tanto. I miei sono più tenui, più portati al pastello ma ci sono dei momenti in cui quei colori ritornano.


Giorgio Jorio


Utilizzi molti materiali naturali nelle tue opere?

Tutte le cortecce che vedi provengono dal territorio, mi vengono portate dal mio amico Giuliani che ha un grande terreno qui intorno. La prima a portarmi le cortecce fu Gioia Padroni perché vide un mio primo lavoro fatto con un albero caduto qui in giardino. Me ne portò un carrello pieno proveniente da un suo albero piantato dal nonno ma ormai caduto. Uso anche il cuoio, la rete metallica rivestita da garza e colla vinilica.


Giorgio Jorio


Quell’opera mi piace molto, mi racconti la sua storia?

Una giovane critica d’arte, Federica Stramaglia sta curando la mia produzione artistica dalla prima mostra che facemmo all’ex-Depò. E’ diventata una sorta di consulente per me ed un giorno, parlando della forma dei sentimenti mi chiese di rappresentare l’inquietudine. Che colore potrebbe avere? Lei mi disse che le dava l’idea di una vela in mare in tempesta ed è così che è nata la scultura.


Giorgio Jorio


Potresti pensarti al di fuori di Ostia?

Il mio sogno era di chiudere il mio tempo mortale a Cuba, dove avrei anche la possibilità di andare grazie a molte amicizie che ho lì. Però le radici stanno qui e vorrei andarmene vedendo finalmente una svolta del territorio, riportandolo a quei momenti stupendi che qui ci sono stati, come il periodo della seconda metà degli anni 70, oppure il primo periodo di Affabulazione. I bei momenti che sto vivendo negli ultimi anni mi fanno pensare che si deve e si può fare.

Intervista rilasciatami di persona il 19 giugno 2015



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